Perdita del dialetto ?

Il caso di San Mango nella storia e nella geografia linguistica

Con una sintesi di forte impatto Pier Paolo Pasolini (1974) accennava alla “tragedia della perdita dei dialetti”, alludendo ai cambiamenti intervenuti nella storia italiana del Novecento. Nel caso di San Mango sul Calore gli effetti dei radicali cambiamenti imposti dal terremoto del 23 novembre 1980 e dai successivi interventi urbanistici sono di immediata evidenza. In una situazione in cui il dialetto è ancora parlato più o meno come nelle zone circostanti (meno che in passato, ma nel complesso con una buona tenuta), è insomma venuto meno lo scenario urbano che per secoli ha rappresentato l’ambiente tradizionale per le tante generazioni che in passato hanno popolato il paese. Per la sua vicenda San Mango può diventare  la dimostrazione, sia pure in gran parte in absentia, di cosa possa intendersi per ambiente linguistico o per paesaggio linguistico urbano.

Inoltre il caso di San Mango, al di là di tante semplificazioni correnti (orientate ad attribuire la crisi dei dialetti a interventi dirigistici delle istituzioni scolastiche e politiche), può rappresentare la dimostrazione concreta di come si è realizzata la storia linguistica italiana del Novecento. Infatti la storia recente del paese permette di evidenziare che la crisi dei dialetti non dipende da imposizioni direttamente esercitate su popoli ridotti al silenzio (come da stereotipi avallati da oleografie poetiche, in sé anche suggestive), ma ovviamente dalle novità intervenute nelle abitudini di vita, nella percezione degli spazi, nelle tecniche agricole, nell’economia e nelle produzioni, nei modi di aggregazione.

Caraonaro

caraonaro s. m.: luogo dove si cuoce la legna per farne carbone. Mmiezzo a lo Caraonaro era la piazza di San Mango, nel punto più alto della collina, su cui si adagiava il paese. Veramente trattavasi solo di uno spiazzo di modesta ampiezza, su cui si affacciava un bar senza pretese (il caffè re zi’ Renzo, diventato poi caffè re Francisco, trasferito intorno agli anni ’50 a Bassolaterra): era l’unico spazio pianeggiante, prima che fosse ampliata la piazzetta che fu denominata Piazza del Santuario. «L’antica via del Carbonaro, per un’errata interpretazione della sua denominazione, fu chiamata Piazza Carbonari, con evidente riferimento ai Moti Carbonari del 1820-21. Invece nei registri più antichi del Comune, di parecchio anteriori alle vicende storiche del Risorgimento, la strada è indicata come stratta “detta del Carbonaro”» (Notizie storiche, p. 42) .

L’origine del toponimo tuttavia non risale alla lavorazione del carbone, ma probabilmente si riferiva al deflusso delle acque intorno alle mura della zona fortificata (come in altre località italiane)

Lo abbo

abbo s. m.: scherzo, presa in giro; solo nel modo di dire Lo abbo ci coglie, la iastéma no: la presa in giro raggiunge il suo scopo, la bestemmia no, nel senso che mettendo una persona in ridicolo, attraverso una presa in giro si riesce a colpirla più che lanciandole contro una bestemmia. Abbo corrisponde all’italiano gabbo.

Questa forma fa riconoscere una traccia di affinità tra una parola locale (evidentemente, almeno in passato, compresa correntemente dai parlanti) e una voce dell’italiano letterario usata anche da Dante, per di più in un punto in cui è sottolineata la difficoltà linguistica della sua impresa letteraria («ché non è impresa da pigliare a gabbo / discriver fondo a tutto l’universo, / né da lingua che chiami mamma o babbo», Inferno, XXXII, 7-9).